Don Chisciotte e l’eolico

Don Chisciotte e l’eolico
Articolo di Federico Berti
Perché Cervantes nel suo Don Chisciotte si burla proprio dei mulini a vento? Erano un simbolo del passato, o del futuro? Una forma di paura del nuovo, incapacità di vedere il progresso e adattarvisi, o piuttosto una resistenza allo sfruttamento intensivo delle campagne? La battaglia di Don Chisciotte contro i mulini a vento non si può ridurre al solo conflitto fra la realtà e le fantasie del protagonista, ma nasconde in parte una critica sottile non tanto al progresso tecnologico del Seicento, quanto allo sfruttamento intensivo delle campagne cui le nuove tecnologie di allora portavano. Cervantes prefigura quella che diventerà più avanti la critica al capitalismo borghese e alle devastazioni ambientali da questo prodotte. Don Chisciotte, il sognatore, resiste a questo aspetto del cambiamento e da visionario qual è trasforma in pericolosi giganti queste nuove ‘creature’. Ho personalmente il vivo ricordo di un cacciatore che sull’Appennino Bolognese, sparò alle pale eoliche di Monte Galletto perché avevano desertificato la zona allontanando la selvaggina, e se ne vantava con gli amici.
Dall’acqua al vento
I mulini ad acqua, documentati già nel II millennio a.C. in Mesopotamia, rappresentarono per millenni la principale tecnologia di trasformazione agricola. La loro diffusione in Europa seguì le rotte commerciali fenicie e greche, adattandosi alle specificità idrografiche locali. In Spagna, la conquista araba introdusse sofisticati sistemi di canalizzazione (acequias) che permisero l’impianto di numerosi mulini idraulici, particolarmente nelle regioni meridionali. L’introduzione dei mulini eolici nella penisola iberica si colloca tra il XII e XIII secolo, probabilmente attraverso contatti con il mondo persiano e arabo, ma si trattava inizialmente di installazioni non intensive. Questa innovazione permise di superare i limiti geografici dei mulini ad acqua, aprendo alla coltivazione cerealicola delle aride pianure della Mancia. La struttura tipica spagnola, caratterizzata da torri cilindriche in muratura e tetti girevoli, differiva dai modelli nordici e rispondeva all’esigenza di catturare venti variabili sfruttando materiali locali come la pietra calcarea.
Mulini a vento nella mancia
Al tempo della stesura del Don Chisciotte (1605-1615), la provincia della Mancia contava oltre 200 mulini eolici attivi. La loro presenza massiccia trasformò il paesaggio rurale, diventando elemento caratterizzante dell’identità regionale. Cervantes scelse questi impianti non come semplice sfondo, ma come attori centrali della narrazione, sfruttandone la duplice natura di simboli tecnologici e icone paesaggistiche. Nel celebre passaggio, Cervantes costruisce un paradosso percettivo: mentre Sancio Panza riconosce i “trenta o quaranta mulini a vento”, Don Chisciotte vi scorge “giganti smisurati”.
Questo scontro tra percezione reale e immaginazione cavalleresca si carica di significati allegorici: la trasformazione dei mulini in giganti parodia i meccanismi di esagerazione tipici della letteratura medievale, i mulini rappresentano la nuova realtà tecnologica che sfugge alla comprensione dell’antico ordine feudale, il contrasto tra apparenza e realtà riflette le tensioni di un’epoca di transizione verso il pensiero scientifico. Contrariamente all’interpretazione comune, i mulini a vento non erano arcaici residui medievali, ma avanguardie tecnologiche. La loro architettura prevedeva soluzioni ingegneristiche avanzate: sistemi di orientamento automatico delle pale, molitura a doppia velocità regolabile, trasmissioni meccaniche a ingranaggi moltiplicatori. Queste innovazioni permisero un incremento produttivo del 30% rispetto ai mulini ad acqua, rivoluzionando l’economia cerealicola iberica.
Le colture intensive
La scelta cervantina di associare i mulini a giganti malvagi rivela una complessa dialettica tra innovazione e tradizione, più per le sue conseguenze sull’economia e la società che per una banale resistenza al nuovo. I mulini eolici riducevano la manodopera necessaria, minacciando la sopravvivenza dei mestieri tradizionali. Le torri eoliche alteravano i panorami agrari, generando resistenze culturali. La complessità meccanica alimentava superstizioni popolari, come la credenza inforze demoniache dietro la potenza del nuovo. L’autore manifesta un atteggiamento ambivalente: da un lato la caricatura di Don Chisciotte condanna l’incapacità di discernere realtà e finzione, dall’altro però la dettagliata descrizione dei mulini dimostra anche un certo interesse per l’ingegneria del suo tempo.
L’innovazione tecnologica
L’episodio trascende la semplice parodia per diventare specchio delle contraddizioni moderne. Una contestualizzazione più approfondita del testo rivela come Cervantes abbia intuitivamente colto le implicazioni epistemiche dell’innovazione tecnologica. I mulini a vento, lungi dall’essere mere macchine, diventano nel Don Chisciotte metafore della modernità nascente: tra economia feudale e capitalismo protoindustriale, essi producono resistenze non tanto al cambiamento tecnologico, quanto alla progressiva disumanizzazione dell’economia. Questa rilettura critica invita a superare la visione semplicistica dell’episodio come scontro tra ragione e follia, proponendo invece un’interpretazione dialettica che riconosce nei mulini cervantini il simbolo delle ambivalenze insite in ogni processo innovativo.