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Vorrebbero si parlasse inglese

M. Parente, 'Il Giornale' 18 maggio 2015
M. Parente, ‘Il Giornale’ 18 maggio 2015

 

Non si parla più l’italiano

Va’ a fèr d’al pèp…

 

Un americano a Roma

Ce l’aveva cogli inglesi il Duce ai tempi dell’autocrazia non voleva si parlasse, avevo una maestra a Firenze che si chiamava Mercedes la c’insegnava qualche parola ma senza l’ordine del direttore, anzi diceva: “Zitte, non ditelo a casa!”. Una volta andai alla far la spesa c’era un omino che aggiustava le buche nelle strade, vennero dopo la guerra dei tedeschi a chiedere un’indicazione, lui spiegò tutto per benino di qui e di là, ma anziché dirgli grazie lo presero in giro dicendo “merda” in tedesco, lui che era stato in Germania sapeva qualche parola: prese i sassi d’in terra e gli corse dietro: “Figli d’un cane accidenti a voi!”. Quando c’erano gli americani le insegne dei negozi erano in italiano, tu pigliavi la brioscia, se c’era una quadriglia dopo il ballo s’andava al buffè oppure al caffè, si pigliava il pònce al mandarino. Un sacco d’italiani erano stati mandati in Francia specialmente i comunisti, per esempio mio nonno proprio non l’ho conosciuto, allora dopo il ’45 tornavano a far le vacanze e si davano importanza parlando il francese. Ventidue anni commessa in un negozio, servivamo anche gli stranieri certo ma loro con noi parlavano italiano, il padrone guardava più se tu eri garbata. Dove stavo io è arrivato tardi, tu pensa ho comperato la televisione sarà stato il 1960, forse anche ’62, la pagai 180.000 lire, prendevo 40.000 lire al mese di stipendio e bisognava metterne insieme cinque a comperarla, infatti prima s’andava a guardarla alla casa del popolo che dovevi portarti la sedia, ora alla casa del popolo fanno l’Happy hour.

C’era già Mike Buongiorno, interrompevano pure il film al cinema  per vedere Lascia o raddoppia sennò non ci andava nessuno. Le canzoni in inglese vennero del ’50, Paul Anka ci piaceva proprio perché parlava male l’italiano; prima il charleston, poi Elvis Presley, poi i Beatles. Altro che deadline, me at al dàg int c’al sit c’as prinzipien i panìr. Certo le lingue sono importanti, magari l’avessi imparate. Mia figlia andò in America a trovare dei parenti e mi telefonò dopo 4-5 giorni dal consolato che le avevano rubato i biglietti dell’aereo per il ritorno, dovettero parlare inglese meno male che lo sapeva. Mio padre andò a lavorare in Svizzera e prima cosa imparò il tedesco, fu importante per lui conoscere la lingua perché gli permise di passare capomastro, ho ancora la fotografia lui in mezzo agli altri operai. Quando tornava a casa però parlava il dialetto, nei cantieri italiani parlava l’italiano. Anche mia figlia ha seguito suo marito in Giappone e le mie nipotine sono andate pure loro, credo lo sappiano scrivere e parlare, ora che sono in Germania parleranno in tedesco. Certo se vado all’estero come faccio a farmi capire? Ma a casa mia non la parlerei. Ora mio figlio è architetto, lo mandavano  proprio a scuola dell’inglese, ultimamente però sento dire che volevano rimettere il dialetto a scuola. S’è rivoltato tutto. 

Federico Berti è artista di strada dal 1994. Pubblica la sua musica, promuove spartiti musicali per conto delle edizioni Italvox di Bologna, scrive romanzi, poesie, articoli che puoi leggere in parte su questo sito. Conduce dal 2007 laboratori di scrittura collettiva con persone molto anziane.

 

Tratto dal libro di Federico Berti

Gli anziani raccontano,
in memoria del presente

 

La copertina di questo libro, un quadro di Giotto raffigurante il classico topos del vecchio e del bambino, a simboleggiare la trasmissione della memoria storica attraverso le generazioni.

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